Poncharal: "Zarco ha una sicurezza che in pochi hanno"


Adam Wheeler, foto Monster Energy Media, Ducati Corse, Yamaha Racing, MotoGP.com giovedì, 12 aprile 2018
"È abituato a lavorare più duro degli altri; come lui ho visto solo Andrea Dovizioso" così Hervé Poncharal, il boss del team Tech3, dopo il GP di Argentina descrive Zarco, e parla anche del debuttante Syharin: “Non voglio sembrare il signor ‘Ve l’avevo detto’, ma ho avuto occhio”, e ricorda con piacere gli anni con Dovizioso e Crutchlow



La faccia sorridente e familiare di Hervé Poncharal nell’immancabile divisa nero/verde del team Monster Tech3 Yamaha illumina lo schermo dello smartphone. In Europa è tarda notte, ma in Argentina è la mattina presto del giorno dopo il GP, secondo round stagionale per la MotoGP.

Abbiamo rintracciato Poncharal a Buenos Aires, nello scalo verso gli Stati Uniti dove resterà fino al prossimo round al Circuito delle Americhe di Austin. A Rio Hondo il team manager francese ha visto il suo pilota Johann Zarco mancare la vittoria per due decimi di secondo, e il sostituto dell’ultimo momento Hafizh Syahrin entrare nella top ten alla sua seconda uscita con la Yamaha M1. L’imprevedibile talento francese (che con due titoli mondiali in Moto2, 45 podi e 16 vittorie è già il francese di maggior successo nella storia) è stato battuto da un altro pupillo di Poncharal: Cal Crutchlow, che militò nel team Tech3 dal 2011 al 2013.

Nel suo inglese impeccabile, Poncharal ci parla del suo team, che festeggia nel 2018 i ventotto anni di attività e che è un modello di team satellite unito ed efficiente, pronto a lanciarsi in una nuova avventura con il passaggio a KTM dal 2019. Ma anche il 2018 non è iniziato niente male.

Da Folger a Syahrin

Che bilancio fai della stagione? Prometteva male e invece…
“È stato molto difficile sentirci dire da Jonas Folger, a pochi giorni dal primo test in Malesia, che avrebbe saltato quello e l'intero anno. Ci siamo ritrovati con un sostituto da cercare quando i piloti di livello erano già tutti sistemati. A Sepang abbiamo provato con Yonny Hernandez, ma mentre eravamo lì e camminavo nel paddock giù di morale, ho incontrato Razlan Razali, il direttore del circuito di Sepang. Mi è venuta l’idea di mettere Syahrin su una MotoGP, e glielo ho proposto. Lui ha risposto "Sì! Quanto serve?". E io: ‘Gratis!”. Razali aveva già progetti per Syahrin in Moto2, ma ovviamente la MotoGP ha avuto la precedenza. Da quel momento è iniziata la missione: non è stato facile convincere i partner, ma ce l'abbiamo fatta. La MotoGP è uno sport emozionante ed estremo, ma popolato da persone spesso conservatrici. Quando ti ritrovi in una situazione così, hai due soluzioni: non correre rischi e finire con qualcosa di noioso, che porterà zero entusiasmo, copertura e ritorno per gli sponsor, oppure provare a fare qualcosa di un po' più ‘Rock’: magari perdi tutto, e magari hai una bella sorpresa. Da quando Syahrin è saltato in sella in Thailandia per il secondo test dell'anno è stato come un sogno. Non voglio sembrare il signor ‘Ve l’avevo detto’, ma ho avuto occhio: è sempre una scommessa quando un pilota cambia classe, e lui non aveva dominato la Moto2 come Zarco, che al momento del suo passaggio era due volte campione del mondo della categoria. Ma sono contentissimo di Syahrin, perché non solo è stato molto veloce ha commesso pochi errori, ma porta un ottimo riscontro tecnico. In Argentina, dove le condizioni del tracciato erano difficili, ha impressionato gli uomini Michelin. In Qatar è andato a punti, miglior rookie dietro a Franco Morbidelli che è un campione, e alla seconda gara è stato di gran lunga il miglior debuttante. Oltre alla performance, è positivo il suo approccio, diverso dall’atteggiamento da superstar con cui a volte ci si trova a lavorare. È pieno di energia e ingenuità, ma in senso buono”.

È anche una situazione in cui ogni risultato è un successo, a differenza di quanto sarebbe successo con Folger…
“È così. Ma non voglio parlare di Jonas, siamo tristi per quanto è successo e anche lui lo sarà. Deve essere dura perdere quello per cui hai lottato e lasciare tutto con una sola decisione. Di Syahrin dobbiamo capire il margine di miglioramento. E già molto veloce e in Argentina era vicino a Rossi e Viñales in alcuni momenti della gara. Ma io ho un approccio umile: per il momento siamo molto contenti, in futuro vedremo. Sono sicuro che il ragazzo abbia margine di miglioramento, anche solo perché è quello con meno km in MotoGP. Ci godiamo il momento e siamo contenti per le prime due gare: ora Hafizh andrà in Texas ad allenarsi con Colin Edwards nel suo ranch, e di sicuro arriverà ad Austin in forma. Sarà un weekend tosto per lui, dovendo imparare il circuito in sella a una MotoGP, e avrà molto da fare sia a livello di apprendimento che di lavoro”.

Zarco come Dovi, non è un personaggio e lavora sodo

Hai nel box due piloti silenziosi ed educati. Com’è Zarco ora che lo conosci meglio?
“Credo che Johann abbia una sicurezza che in pochi hanno. Arriva da un background modesto e non si circonda di guardie del corpo o belle ragazze. Certo, come gli altri ha fatto la gavetta dalle gare locali fino alla MotoGP; ma allo stesso tempo è diverso da tutti quelli con cui abbiamo lavorato, perché è tanto educato e timido quanto grintoso in pista. È molto motivato, ama sopra ogni cosa la MotoGP e si può dire che viva per quello: ha l’atteggiamento che ogni team manager desidererebbe. È concentrato sul lavoro e ha più dedizione di qualunque pilota abbia mai visto. Non essendo un personaggio, per lui non è mai stato facile, ed è abituato a lavorare più duro degli altri; come lui ho visto lavorare solo Andrea Dovizioso. Se hai programmato un test di 10 giri di fila, lui fa 10 giri anche se il setup non gli piace. Il 99% dei piloti farebbe tre giri e poi rientrerebbe dicendo ‘il setup non va bene’, ma Johann vuole addentrarsi nei dettagli e analizzare tutto prima di dire ‘non è quello che voglio’. Ci sono piloti di enorme talento che vanno in confusione e non riescono ad ottenere i risultati che la gente si aspetta, e credo che molto dipenda da due cose: non avere la corretta metodologia di lavoro e lasciarsi distrarre dal resto. È qui che Johann ha costruito la sua forza”.

Non credi di essere indulgente per il fatto che è tuo connazionale?
“Non sono nazionalista e non lo sarò mai, anche se parlare la stessa lingua, per quanto Johann parli un ottimo inglese, sia utile per veicolare le impressioni di guida. È in ottimi rapporti col team, specialmente col capo della crew Guy Coulon e il data engineer Alex Merhand. Johann è uno dei ragazzi che ha speso più tempo nei box per capire, leggere e verificare le cose, che è importantissimo a questo livello. Le MotoGP sono moto potenti, l’elettronica la fa talmente da padrona che è difficile usarla a dovere: se la padroneggi diventa alleata, altrimenti è tua nemica. Dopo un solo anno di apprendistato, oggi è un pilota di MotoGP completo”.

Gli manca solo la vittoria, ma si vede che vuole regalarla al team quanto prima.
“Sì. Dopo essere stato la sorpresa del Mondiale 2017 – l’unico rookie, il miglior pilota di un team satellite e a solo 3 decimi dalla vittoria al GP di Valencia – in questa stagione non sapevamo cosa aspettarci: volevamo migliorare, ma sapevamo che non sarebbe stato facile. I test invernali sono stati un sogno, poi è arrivato il Qatar con la pole position e la testa della corsa per 17 giri su 22, prima di quel problema alla gomma. In Argentina stessa storia: prima fila e una gran battaglia. Ma onore al merito al mio ex pilota Cal Crutchlow, l’ho visto veloce l’Honda è sempre andata molto forte in Argentina. Anche nel 2017 Cal era andato sul podio. Era dura sorpassare, e c’erano ancora alcuni punti bagnati: Johann ha saggiamente deciso di accontentarsi della seconda posizione, che gli permette di essere terzo nel campionato piloti e miglior pilota Yamaha. Siamo ottimisti per il futuro”.

Anche se non hai ancora vinto, due tuoi ex piloti hanno conquistato le prime due gare della MotoGP. Cos’hai provato vedendo Andrea e Cal sul podio?
“Ne sono fiero. Andrea ha avuto un periodo difficile dopo essere stato scaricato dalla HRC, è venuto da noi e ha ottenuto grandi risultati nel 2012, credo sei o sette podi. Abbiamo corso una bellissima stagione, il che l’ha aiutato a risollevarsi e venire ingaggiato dalla Ducati: non ho mai avuto dubbi sul fatto che avrebbe avuto successo. Magari non è il pilota più carismatico, ma conosco il suo livello e il suo impegno e sapevo la fiducia in lui sarebbe stata ripagata. Ogni volta che lo vedo ho una sempre belle sensazioni e con Cal direi che è lo stesso, se non di più. Quando Dovi è arrivato era già campione del mondo nella 125, mentre Cal arrivava dalla Superbike e il passaggio non è stato facile. Il suo primo anno fu molto duro, e avendo caratteri completamente differenti ci siamo anche scontrati parecchio! Poi col tempo mi ha ringraziato e mi ha detto che ero stato il primo a tenergli testa. Dopo la sua vittoria in Argentina abbiamo parlato a lungo: ero molto felice di vederlo sul gradino più alto del podio, e se qualcuno ci sta battendo sono contento che sia Cal. Se lo merita, è un grande ed è diventato il primo inglese a guidare il Mondiale dai tempi di Barry Sheene, negli anni ’70. Qualcuno dice che ha una boccaccia, ma abbiamo bisogno di gente così. È pieno di vita e la MotoGP ha bisogno di lui”.