Calabria in moto: coast to coast


di MariaVittoria Bernasconi, foto di Stefano Casati venerdì, 27 luglio 2018
Un viaggio in moto che tocca due mari, ma che si snoda principalmente sui monti selvatici dell’interno, aspri e incantati, dove s’incontrano solo pastori e silenzio, su strade piccole, sperdute e a volte sterrate



Questo itinerario è stato pubblicato sul numero 143 di Dueruote di Marzo 2017

Di là dal mare c'è la Sicilia, che a volte pare così vicina da poterla raggiungere a nuoto. Si passeggia sul lungomare Falcomatà come sentinelle silenziose, stretti tra il Tirreno e gli edifici barocchi di Reggio Calabria. Il traffico è più a nord, a Villa San Giovanni: da lì si salpa, lì si transita, lì si torna.

Nodo nevralgico, imbuto che frena gli arrivi a Reggio. Eppure la città più importante della Calabria, partenza e arrivo di questo itinerario, è un posto interessante. Ha le vie vissute del sud, con le facciate color tufo delle case da cui fanno capolino i panni stesi. E i ciuffi di palme che ornano i marciapiedi, il brusio delle comari che in strada ci stanno parecchio, sedute fuori casa o alla finestra a commentare il passeggio.

E questo, nonostante sia una città di buone dimensioni, con uno dei musei archeologici più importanti del mondo. Prima di uscire dall'abitato, la moto sfila davanti al castello Aragonese e alla piacevole architettura della villa Genoese Zerbi. Poi, dopo una breve periferia e qualche sobborgo, la strada sale e tutto sparisce alla vista. Il mare prende il sopravvento: a guardare giù lo sguardo scivola sulla costa e abbraccia la città, che appare così lontana. Sulle colline è già silenzio: i pochi borghi che s'incontrano sono immobili nel sole.

I campi, la macchia, i pochi alberi sfilano sommessi accanto alla moto. Indietro non c'è più niente, solo l'Etna appare imbiancato, così immenso eppure distante. Il passo Petrulli segna il passaggio in montagna, anche se già alcuni boschi ne avevano anticipato la scenografia. Gambarie appare dopo un toboga di curve e sembra quasi una cittadina, in tutto questo susseguirsi di alberi svettanti e foreste ombrose.

Dal mare alla montagna

D'inverno si scia, in primavera ci si perde tra i verdi di questa natura imperiosa, profumata, fiorita. D'estate ci si rifugia nella mitezza del sottobosco, tra i muschi che segnano il nord e creano cuscini soffici dove fermarsi per un pic-nic. Già, perché questo Aspromonte, parco naturale e massiccio roccioso, è un'oasi di pace e silenzio. Gli incontri sono con volpi e scoiattoli neri. Pochissime auto e ancora meno moto solcano queste strade sottili.

L'asfalto è abbastanza buono, la moto regge un buon passo fino a Delianuova, procedendo in discesa e sbucando in un'area ampia, dove i boschi si allargano facendo spazio ad alcuni uliveti. Ma la salita non è finita: a Santa Cristina si risale verso il piano dello Zillastro, luogo di memorie di guerra, lungo una piacevole strada che poi punta repentinamente in discesa.

Lo Ionio appare scintillante, ma non ci si deve distrarre: l'asfalto qui è rovinato. Un punto, al momento del nostro viaggio, è franato ma transitabile. In pieno Aspromonte tornano alla mente i fatti di cronaca nera che hanno reso, suo malgrado, famoso il Massiccio nel mondo. Tra Platì e la piana si segue la fiumara, asciutta, sassosa. L'arrivo al mare a sud di Bovalino è solo un transito, a meno che non si voglia fare rifornimento, per cui occorre recarsi in paese. Ma è di nuovo la montagna a chiedere attenzione: tra ginestre, tamerici, lentischi e mirti si annusa an che il profumo balsamico delle cime.

Il monte Montalto è il più alto dell'Aspromonte ed è proprio la direzione che prendiamo seguendo il greto della fiumara Bonamico e la via per San Luca. Oltre si prosegue sulla sterrata che raggiunge il vallone in cui si trova il santuario della Madonna di Polsi, tra rocce dalle forme antropomorfiche e una bassa vegetazione che pian piano lascia posto a castagni e roveri.

Dal vallone si dipanano strettissimi canyon, gole scoscese e irraggiungibili. Intorno rocce affioranti nascondono grotte e antri: l'immaginazione galoppa e, nonostante non ci sia nessuno intorno, ogni tanto ci si sente spiati. Questa è zona di pecore e pastori, il turismo è poco e a transitare su questi sentieri si diventa oggetto di attenzione per i locali.

Il viaggio prosegue sullo sterrato

Il Santuario è molto articolato: pare quasi un villaggio e sembra impossibile che sia collegato agli altri centri solo con queste sterrate difficoltose. Tra fine agosto e inizio settembre si celebra la festa della Madonna, con pellegrinaggi, processioni ed eventi collaterali che richiamano un fiume di gente: la folla sembra un miraggio nell'immobilità degli altri periodi dell'anno.
Lasciando indietro il Santuario si continua sulla sterrata che sale verso Montalto. Il sentiero è molto sconnesso, occorre fare attenzione ai grandi massi che fanno sobbalzare la moto (e i bagagli!). Intorno è bosco, vento e leggende. Si segue per Montalto, incrociando qualche sportivo in mountain bike, per poi sbucare in cima, dove la vegetazione si dirada.
Tirando una boccata di quest'aria trasparente e frizzante, si punta in discesa, lungo una via sottilissima ma dall'asfalto stranamente compatto, fino a raggiungere la statale. Le colline tornano ad adornare il paesaggio con il loro andamento morbido.

A Cardeto, tra le pale eoliche, si ammira di nuovo il profilo dell'Etna e in basso riappare il blu profondo dello stretto di Scilla e Cariddi. La città è in fondo, ma per raggiungerla ci sono ancora buche e rattoppi evidenti sulla carreggiata: mai distrarsi! Gli uliveti colorano d'argento la campagna, alternati a piccoli orti, qualche agrumeto e piccole attività.

La periferia di Reggio Calabria arriva senza invadenza e il Tirreno appare famigliare e accogliente dopo l'asprezza dei monti. Una sola cosa accomuna le due facce della stessa Calabria, ed è quell'Eolo che mescola gli aromi: chiudendo gli occhi, si possono percepire tutte le facce di questa terra di monti e di mare.

Questo itinerario è stato pubblicato sul numero 143 di Dueruote di Marzo 2017